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Interviste


  Henry Link

“L’Hip Hop è religione, perché è l’unica cosa in grado di riunire le persone”; Henry Link

Cari amici di Hip Hop Circle, ho incontrato per voi lo scorso mese il fantastico Henry Link, della Crew Elite Force, durante lo stage che si è svolto presso Canottieri Olona Milano in collaborazione con DMK.

Come ti sei avvicinato alla cultura Hip Hop? e come l’hai vissuta?

Diciamo che nella cultura Hip Hop ci sono nato, e per me non è stata un’esperienza, ma è stata la mia vita, perché sono cresciuto in strada e ho iniziato i primi passi proprio lì.

Quando fai freestyle Hip Hop sembra che si crei un mondo particolare attorno a te… a cosa pensi quando balli?

Quando faccio freestyle non penso a nulla, è questo il bello… mi faccio trascinare solo dalla musica e dalle sensazioni che provo in quel momento. L’abilità del ballerino è quella di saper fare un buon freestyle perché è lì che il ballerino tira fuori ciò che sa fare.

Che tipo di allenamento consigli per arrivare a un buon livello?

Sicuramente ci vuole un allenamento assiduo, ma non c’è un livello prestabilito da raggiungere, perché ognuno lo vive in base alle proprie capacità.

Cosa consigli di fare ad un italiano che arriva in America?

Se andate lì in vacanza, allora viaggiate più che potete e divertitevi, ma se andate lì per la danza, non andate solo nelle scuole, molto valide per l’apprendimento delle basi, ma andate in strada, perché è lì che vivrete al meglio questa cultura.

Cosa consigli ai giovani di oggi?

Ai giovani consiglio di amare ciò che fanno, perché solo così potranno ottenere dei grandi risultati.

Cosa ami di più della cultura Hip Hop?

Amo tutto dell’Hip Hop… l’Hip Hop è religione, perché è l’unica cosa in grado di riunire interi gruppi di persone.

Com’è nata l’esperienza con gli Elite Force?

Stavo partecipando ad un videoclip di Michael Jackson e durante la coreografia ero semi nascosto dagli altri ballerini. Ad un certo punto Michael Jackson mi indica, e mi dice “cosa ci fai lì dietro? Vieni qui, che il tuo posto è qua davanti!”. Dopo essere tornato a New York, ricevo una chiamata da parte di una ragazza di origine giapponese, che mi aveva notato durante le riprese del videoclip, offrendomi un’opportunità di lavoro, spiegandomi che lì in Giappone avevo molti fans. Io rimasi stupito, e quasi non potevo crederci. Allora risposi che avrei accettato, ma che avrei voluto portare i miei due amici da cui non mi separo mai; la ragazza accettò e mi chiese qual era il nome del gruppo…così io risposi “siamo gli Elite Force”.

Cosa ne pensi della situazione attuale sui valori trasmessi di questa cultura che molto spesso si uniscono alla troppa competizione che si crea in particolare modo nelle battles?

Sì, è vero.. forse c’è troppa competizione. Non fraintendetemi, è giusto che ve ne sia un po', quella “sana” fa bene, ma al giorno d’oggi molte crew si preparano e partecipano ai contest solo per competere e farsi vedere, quando in realtà ci vorrebbero soltanto più party in cui ballare e divertirsi.

Hai in previsione qualche altra tappa italiana nei prossimi mesi?

A Settembre sarò ancora qui a Milano sicuramente.

Progetti per il futuro?

Non faccio mai progetti per il futuro, ma vivo alla giornata, perché credo che trascorrere le giornate a progettare la propria vita sia solo una perdita di tempo. Quindi, chi lo sa!

Traduttrice Stefania Piturro

By Polly Dance
Intervista per Dance Hall News 


Dj KipRaq

Dj KipRaq: musica e danza mi hanno salvato. La cultura hip hop è pura passione
Perché il nome KipRaq?

Quando ho cominciato il mio percorso da Dj dovevo trovare un nome che fosse unico. Mi rimase in mente che all’età di quindici anni, durante una lezione, MR Wiggles ripeteva sempre “Keep Rock It”. Così  ho utilizzato Kip Raq, formando questo soprannome.

Com’è iniziato il tuo percorso da Dj?

Ho iniziando ballando Hip Hop, e da sempre, all’interno del gruppo ero colui che si occupava della ricerca della musica. Con il tempo la passione è cresciuta portandomi dove sono ora.

Qual è stato il momento più importante della tua carriera?

Recentemente mi ha chiamato uno dei collaboratori dei “Jabbawockeez” chiedendomi di suonare a Las Vegas. Tutto è ancora da definire ma il solo fatto di essere stato contattato mi ha inorgoglito molto. Inoltre, per me, ha significato tanto poter suonare in Germania, sia al Free Spirit sia all’Esprit Du Cercle di Sally Sly. Due meravigliose occasioni che mi hanno permesso di incontrare tanta gente di talento da cui poter imparare.

Che significato ha per te la musica?

La musica è tutto, mi ha salvato. Insieme alla danza ha rappresentato il riscatto economico e una buona occasione di lavoro.

Chi è stato, o chi è, il tuo mentore?

Non parlerei di mentore, ma di persone che mi stanno sempre accanto. A iniziare da i Knights of the Groove, formato da Peppe Ballo, Artik, e Andy. Amici e collaboratori che mi danno la forza per andare avanti e migliorarmi sempre di più.

Cosa ne pensi della situazione attuale in Italia riguardo alla Cultura Hip Hop?

Credo che in Italia manchi la cultura della condivisione. L’obiettivo principale è fare business. In Germania pagavi l’ingresso e potevi partecipare a qualunque iniziativa. Qui in Italia invece, solo per prendere parte a due o tre work shop devi pagare 80 euro. Oggi al JLM abbiamo TwoFace, Shaadow, Oz e Tony Flower per soli 35 euro. Non guadagno nulla, se non la soddisfazione di condividere certi avvenimenti con chi ha la mia stessa passione.

Cosa significa per te essere un Dj? E secondo te quali qualità dovrebbe avere un buon Dj?

Un bravo DJ deve essere soprattutto in grado di selezionare la musica. Scegliere i brani che la gente ha piacere di ballare e creare i giusti passaggi da un brano all’altro.

Perché ti sei più concentrato sul ramo della danza e contest?

Sono nato a Palermo e in Sicilia non avvengono molte jam o parties. L’unico momento di ritrovo è rappresentato dai contest. All’estero invece è diverso, in Polonia per esempio tutto ruota intorno alle jam.

Un Dj che ammiri?

Ammiro molto Dj Vientiane, di origine vietnamita ma francese di adozione. E’ un Dj di breaking capace di selezionare la musica in maniera straordinaria.

Progetti futuri?

Innanzitutto mi auguro che il JLM vada bene. E nel caso ciò accada, si riproporrà l’anno prossimo con tante idee nuove. Confido che la collaborazione a Las Vegas con i Jabbawockeez, vada in porto e in Italia ho già cinque eventi programmati. Inoltre tra due settimane sarò al “Prove It On The DanceFloor” in Belgio e fra tre qui a Milano per il “Why Street Contest”.

Vuoi lasciare un messaggio?

Cercate sempre di trovare qualcosa che possa piacere alla gente, e condividetelo in modo tale che la Cultura Hip Hop possa crescere sempre di più. E soprattutto non fatelo per business, ma per passione.

By Polly Dance
Intervista per Dance Hall News


Froz
“Vince chi sogna di più…e io ho un sogno”; Froz della Bandits Crew si racconta

Cari amici di Hip Hop Circle, a Milano, il 18 aprile scorso, durante il Red Bull BC OneCypher, ho incontrato per voi Roman Froz della crew dei Bandits.

Buona lettura!

Com’è nata la tua passione per il b-boying?

Il tutto nasce nel 2001, quando ho visto il videoclip musicale “Bom Funk MC Freestylers” su MTV; è stato un’ispirazione per me e per altri miei amici b-boy…e da allora non mi sono più fermato.

Perché Froz?

Froz viene dalla parola freeze e l’ho scelto in maniera quasi casuale. Il freeze è un passo base di breaking che già agli inizi mi veniva benissimo, così pensai di darmi come nome “Freeze”; un amico writer mi disse che esisteva già qualcuno con questo nome e che mi conveniva inventarne un altro. Da freeze è nato “Froz", e da quel momento non è più cambiato.

Perché il nome Bandits?

Bandits Crew nasce nel 2001, anno in cui ho iniziato a ballare, fondata da Mad Lucas (Luca Corbetta) a Milano, nello stesso anno in cui abitavo a Conversano, in provincia di Bari; per questo motivo ho iniziato a far parte del gruppo più tardi. Il nome Bandits nasce dall’idea di rappresentarci  come se fossimo dei banditi del breaking, con le facce coperte dalle bandane, in scena a colpi di breaking.

Che tipo di allenamento seguite e quante volte vi allenate insieme?

Facciamo due allenamenti di crew alla settimana, di cui uno prettamente coreografico, nel quale lavoriamo ai nostri spettacoli; in questo periodo stiamo montando un nuovo show con le tute a led luminose. Il resto della settimana, ognuno si allena individualmente.

Com’è il rapporto tra di voi?

Il rapporto tra di noi è più che amichevole. Un rapporto di amicizia profonda che, negli anni,è diventato più simile a una fratellanza; siamo disposti a sacrificarci l’uno per l’altro, e questa èla forza del nostro gruppo che ormai esiste da 15 anni. Siamo davvero legati come fossimo una famiglia.

FUTURE BANDITS? State puntando su qualche giovane leva da inserire nella crew?

Future Bandits è un progetto che nasce per dare la possibilità ai nostri allievi più talentuosi di riuscire ad affinare la tecnica e a perfezionarsi. Un vera e propria crew, quella dei Bandits del futuro, creata affinché i ragazzi continuino con il nostro percorso e diventino un giorno ballerini fortissimi e professionisti. Una crew composta da 8 giovani talenti, che si allenano costantemente. I ragazzi sono molto contenti e spero possano trarre da questo progetto lo stimolo che serve per continuare nel loro percorso.

Qual è stata l’esperienza più bella che avete vissuto insieme?

Abbiamo ottenuto molti risultati positivi nel breaking; ancor prima che io entrassi nel gruppo, nel 2002, i Bandits vinsero il BBoy Event, uno degli eventi più importanti dedicati al breaking in quegli anni. I ricordi più belli che ho sono legati alla “Jtb Pro Championship” nel 2005, alla “2006 Freestyle Session Italy”, all’evento “Born to the Floor” a Fano nel 2007, alla “Groove Cup 2007”, evento organizzato dal giornale Groove, un campionato di breaking da cui uscimmo vincitori. Una delle vittorie più emozionanti è stata quella allo "UK BBoy Championship Italy 2009".

Una crew italiana che ammirate?

Ci sono varie crew che riteniamo essere importanti e di rilievo per la scena, come gli Ormus Force, di alto livello, che, un po’ come noi, hanno conservato la loro voglia di rappresentare al meglio l’Italia, viaggiando e tramandando le loro capacità. Difficile per loro, venendo dalla Sardegna, ma posso affermare che sono tra le crew più forti d’Italia. Mi sento di citare anche i De Klan, insieme ai Knef, per il loro rilievo internazionale; si sono qualificati nel 2013 al 5° posto durante il Battle of the year internazionale, risultato che, prima di loro, raggiunsero solo i Break the funk, nel 2004. Da non sottovalutare, i Last Alive, di Lecce, che al momento, pur essendo un gruppo molto giovane, dimostrano grande motivazione, ottenendo buoni risultati.

Cosa vi aspettate da questo Red Bull BC One Cypher di Milano?

Da questo Red Bull BC One di Milano, qualifica per il Cypher italiano che si terrà il 23 maggio a Roma, ci aspettiamo che ognuno di noi dia il meglio e speriamo che riesca a conquistare il primo posto. In gara abbiamo Alex Kid e quasi tutti i Future Bandits.

Molto spesso nelle battles si vede solo una forte competitività, forse esagerata… cosa ne pensi?

Molti dicono che oggi la competizione abbia preso il sopravvento, diventando troppo aggressiva. Io non condivido questo punto di vista, perché alla fine a parlare saranno sempre e comunque i fatti, e non l’aggressività. Voglio sottolineare, tuttavia, che, alla sua nascita, il Breaking era molto più aggressivo di adesso, in un contesto dove i ragazzi erano divisi in gang segregate in maniera razziale; era il Bronx degli anni ‘60-’70, un ghetto dedicato alla popolazione di carnagione scura, afroamericana, latinoamericana, ritenuta inferiori perché nera…Quindi ritengo che, parlando di competitività, ci sia stato un grande progresso, perché il Breaking ha permesso la riappacificazione, sciogliendo le gang di delinquenti, e di iniziare a intraprendere, ovviamente in maniera lenta e graduale, un percorso più artistico, dando una possibilità a quei ragazzi, un’occasione di scegliere di fare il ballerino o il rapper, il dj o il writers. È stato un grande passo in avanti.

L’aggressività va di pari passo con la voglia di vincere e, nella sfida, è sempre la persona che balla a rispondere delle proprie parole e azioni.

Progetti per il futuro?

Il mio progetto più importante sarà il 23 maggio a Roma, il Red Bull BC One Cypher Italy, e l’obiettivo è quello di triplicare il mio risultato, conquistando il terzo Cypher. Sarà un’impresa quasi impossibile, ma mi piace questa sfida, perché lo stimolo dell’impossibile e dell’improbabile mi dà veramente una grande motivazione. Metterò alla prova me stesso e il mio obiettivo non è vincere…certo vorrei, ma non è l’obiettivo principale, che è invece quello di “spaccare tutto”, presentandomi in forma, questa è la cosa più importante, perché a volte a questo livello di competizione dove sono tutti dei titani, vince quello che sogna di più… e io ho un sogno.

by Polly Dance
Intervista per Dance Hall News


Big Mama
Big Mama: “La danza è nata per comunicare...In essa tutte le arti si fondo”
Buongiorno amici di Hip Hop Circle, per voi ho incontrato Anna Simone, in arte Big Mama, che si è raccontata, tra danza e passioni.

Raccontaci la tua storia e come ti sei avvicinata al mondo dell’Hip Hop

Ho iniziato a ballare all’età di 8 anni, in una scuola a Novate Milanese con un’insegnante fantastica con la quale ho studiato lo stile moderno; successivamente ho studiato con Tony B., specializzato in tap fusion e danza moderna. Loro mi hanno dato tantissimo, insegnandomi la tecnica, il controllo del mio corpo e la capacità di ascoltare la musica.

Questi insegnanti mi hanno portato ai primi stage di Hip Hop, e da lì me ne sono innamorata. La musica Hip Hop e black mi sono sempre piaciute, ma da quel momento ho iniziato a viverle anche nella danza, scoprendo che, guardando i video di Missy Elliott, sognavo di lavorare con lei. Chi non lo sogna? A 18 anni, andavo ovunque studiando con molti insegnanti, fino a che non ho conosciuto Betty Style, figura fondamentale nella mia esperienza, dalla quale ho imparato molto dell’Hip Hop; è stata per me una compagna e un’insegnante, e io per lei la sua assistente prima di creare la crew “Spit”.

Quali sono le crew con cui hai lavorato, oltre la “Spit”?

La Spit è stata la mia prima crew, con le mie compagne Betty Style e Rachele Tarantino, detta Ra; balliamo soprattutto Hip Hop, anche se molto spesso inseriamo anche brani di dance hall. Abbiamo lavorato molto, anche in Germania grazie a Betty; abbiamo tenuto molti stage e lavorato per l’Hip Hop TV, e i marchi Puma e Red Bull. È stata una bellissima esperienza che mi ha permesso di imparare molto; quando si inizia a lavorare nell’ambito della danza, col tempo comprendi e porti avanti quello che ti piace fare.

Attualmente, non lavoriamo più insieme a causa di impegni e orari inconciliabili; non gioverebbe allo spirito della crew continuare senza avere la possibilità di incontrarsi, tuttavia abbiamo mantenuto i rapporti e, se ne abbiamo l’occasione, ci ritroviamo per lavorare ancora insieme. Ora lavoro con le Wine Out, con cui mi esibisco in spettacoli esclusivamente di Dance Hall.

Perché Big Mama?

Molti quando sentono Big Mama si aspettano una vera “Big Mama", grande a tutti gli effetti; invece non è ciò che sono in realtà. Questo nome mi è stato dato durante un lavoro con due ballerini, Rex e Raoul, i quali, vedendomi ballare freestyle con passi di Dance Hall, per la mia energia e per come mi muovevo, mi hanno detto “sei una Big Mama”. Così è nato e mi piace; c’è una cantante blues che si chiama Big Mama, che ammiro molto, quindi credo mi si addica molto questo nome. Tuttavia, mi presento sempre come Anna, anche alle lezioni, pur mettendo nei volantini Big Mama; trovo la cosa divertente e strana allo stesso tempo, ma resterò sempre Anna; mantengo la mia identità, dato che non ho inventato io la Dance Hall, né passi. Amo questa cultura e cerco di studiarla, mantenendomi aggiornata, e di trasmetterla agli allievi.

Cosa ti hanno lasciato le esperienze sui palchi d’Italia? Raccontaci quella che ti ha maggiormente colpito.

Il ricordo più bello è legato al musical “Stand Up” e alla grande emozione che provavo ogni volta che andava in scena; appena prima di salire sul palco, sentendo la voce del protagonista, piangevo, perché per me significava poter dire “sono un palcoscenico e questo è il mio lavoro”. È stata un’esperienza ricchissima, mi ha insegnato a dare il massimo sempre: ballando ogni sera, può succedere di avere momenti giù, però ho capito che non bisogna abbandonarsi ad essi, perché, quando lavori con l’arte, i sentimenti che dai, le sensazioni che provi su un palcoscenico, il pubblico te le restituisce. Ogni sera, cercavo di caricarmi per dare sempre il massimo, e questo ho imparato a farlo anche nella quotidianità della vita, per lo studio e nell’insegnamento: dare il massimo in tutto, perché possa tornare a casa ed essere soddisfatta.

Parliamo della tua passione per la scenografia.

Questo è il sogno della mia vita forse… Sono laureata in Scenografia Teatrale e ora frequento il corso specialistico in Scenografia Cinematografica. Quando ho iniziato a lavorare in questo campo, ho fatto lavori davvero belli, che mi hanno insegnato tantissimo, senza però avere in cambio un concreto guadagno economico. Quindi, ho deciso di rimettermi in gioco riprendendo gli studi che mi stanno dando tanto, anche per il mio lavoro; il danzatore può interagire con la scenografia o meno all’interno di un mio spettacolo, ma, quando creo, cerco sempre di farlo fondendo insieme tutte le arti, in modo da avere un risultato vero, di qualità.

Come ti sei avvicinata all’insegnamento?

A 17 anni a ho iniziato come assistente di Tony, e a 19 anni di Betty. Con il lavoro d’assistente, ho sviluppato la capacità di insegnare, capendo che sono gli allievi che ti scelgono e che ti dicono “mi interessa studiare con te”. Da lì ho scoperto che mi divertivo ed era bellissimo vedere la crescita della classe. Insegnare mi dà tanto, dai bambini agli adulti; se cogli il significato dell’insegnamento, allora diventa uno dei “mestieri” più belli. Lo studente ti considera come un punto di riferimento, e, da parte tua, oltre ad insegnargli a danzare, gli insegni in parte anche a vivere. L’insegnamento non è solo insegnare danza, ma significa stare vicino agli allievi. Tengo dei corsi anche per ragazzi autistici, pur non trattandosi di danza terapia; si divertono molto a inserirsi nel gruppo, ed è bello vederli ballare e vedere come sentono la musica, divertendosi.

Cos’è la Dance Hall e come ti sei avvicinata a questa disciplina?

Il termine Dance Hall si riferisce non solo allo spazio fisico in cui si danza, ma anche alla musica suonata all’interno di tali spazi, alla moda e agli stili di movimento che emergono dalla musica stessa. La dance hall è una vera e propria voce del popolo, riflette gli animi delle persone, è atteggiamento, energia, una danza composta da passi, movimenti precisi che spesso sono richiamati dal cantante; tutto questo si studia durante le lezioni. Ad ogni cosa mi sono sempre approcciata prima musicalmente; amo tutta la musica black, non solo ascoltarla ma anche studiarla, capirla, perché l’arte è tutta finalizzata a comunicare, ed è fondamentale informarsi e capire per farlo al meglio. Prima di ballare la Dance Hall, si deve capire cosa sia la dance hall, non solo musicalmente, ma a partire dalla storia del genere, perché è nata, dove e quando. Ho capito che ogni genere musicale nasce con una cultura, da un bisogno di comunicare. È una danza particolare, che racchiude movimenti forti, tribali anche erotici, un movimento che viene dalle danze di teatro primitivo; è una forma teatrale e c’è un motivo per cui si fanno questi movimenti. Provo molta rabbia nel vedere on line certi video di ragazze seminude che agitano il bacino; quella non è la dance hall di cui sto parlando. Nelle mie lezioni voglio che le ragazze abbiano un abbigliamento idoneo, non mi interessa portarle in scena con pantaloncini e stivali, il mio intento è fargli capire la Dance Hall, con lo studio e la corretta informazione. Quando ho iniziato a studiare dance hall, il movimento per me era spontaneo, lo sentivo molto vicino a me e sono andata a perfezionarmi a Parigi, città che mi è rimasta nel cuore perché lì ho respirato la vera voglia di ballare, e non per farsi notare. La danza lì è un po’ come la pittura; ognuno esprime la propria arte come vuole, con i propri colori e sfumature, senza dimenticare la tecnica.

Cosa ami di più della Dance Hall?

Amo tutto, ma in particolar modo l’atteggiamento e l’energia che la contraddistinguono e che mi rispecchiano tantissimo.

Sogno nel cassetto?

Ne ho tanti, ma la cosa più importante è realizzarmi in questo mondo artistico, svegliarmi al mattino stanca ma soddisfatta, non accontentandomi mai, andando avanti, crescendo, senza smettere mai di studiare. Fare quello che mi piace ed essere felice in ciò che faccio.

Cosa ne pensi della situazione attuale in Italia nel campo artistico?

In campo artistico, ma anche non, siamo messi male. Parlando da scenografa, dopo tanto studio e impegno, vedo che il lavoro non viene valorizzato; tutto viene visto solo dal punto di vista economico. Ci sono tanti giovani scenografi, fotografi, registi che non sono valorizzati. Bisognerebbe lasciare più spazio ai giovani, per dare un futuro all’arte italiana, oggi in grande difficoltà. Parlando di danza, in Italia c’è troppa rivalità; chi balla lo fa per sfidarsi, per dire “io sono il migliore”, si è persa la voglia di condivisione in favore dell’esigenza di competere. Quest’arte è nata per comunicare e non solo per il desiderio di sfida.

Consiglio per tutti i giovani?

Studiare tanto e tutto, ascoltare le persone e vivere chi ti sta attorno, perché gli stimoli e le nozioni arrivano da ogni persona che incontriamo. Non fermarsi mai e trovare nuovi stimoli, mettendosi in gioco, per crescere.

By Polly Dance
Intervista per Dance Hall News


The Fonzarelli's

 "Noi chi siamo? I figli di un vincente". The Fonzarelli’s
Cari amici di Hip Hop Circle, ho incontrato per voi a Milano, lo scorso 18 aprile durante il Red Bull BC One Cypher, Ryan, Teddy e Samuele dei Fonzarelli.

Com’è nata quest’avventura?

Quest’avventura è nata per puro caso nel 2010; la mia idea fu quella di prendere per mano tutte quelle persone senza fissa dimora a Milano, riunirle in un gruppo, sotto un ombrello comune.

Perché The Fonzarelli's?

Inizialmente non dovevamo chiamarci così ma, come propose Philgood, avremmo dovuto essere The Ginnies, espressione slang con cui venivano chiamati gli italiani in America ai tempi degli immigrati. Volevamo essere gli italiani che vanno all’estero, ma temevamo che solo in pochi l’avrebbero capito, così pensammo a qualche nome più “nazionale” ma riconoscibile anche all’estero. Quale persona più vincente di Arthur Fonzarelli? Italo americano importato e conosciuto col nome di Fonzi. Così pensammo: “Noi chi siamo? I figli di un vincente e se siamo i figli di un vincente siamo I Fonzarelli”.

Che rapporto avete tra di voi?

Potremmo dirti il classico rapporto fraterno ma non è così; non basta dirsi “Bro” “Fratello” “Amici per la pelle” “Yo”, non è atto di sincerità. Ciò che è importante è il trattarsi con rispetto, riprendere per un errore ma anche riconoscere un successo. Siamo prima di tutto persone e poi ballerini. Crew significa "gruppo", o meglio... "ciurma!" e all'interno di esso ci si apprezza come ci si disprezza. Con l'aggiunta di una sana competizione poi le tensioni possono crescere. Oggi molte crew non sono nient’altro che un insieme di persone formato tanto per fare o per convenienza; la crew dev’essere un gruppo formato da persone che prima di tutto si conoscano tra loro, e che lavorino per creare qualcosa di nuovo insieme.

Quante volte vi allenate e come?

Abitando in varie zone di Milano ognuno si allena singolarmente, ma ci riuniamo una volta a settimana tutti insieme, mentre due o tre volte a settimana ci si dà appuntamento in un porticato a Marelli per altri allenamenti.

Qual è la cosa più importate per voi nel vivere questa passione?

Un obiettivo finale non c’è; l’importante è vivere questa passione tutti insieme.

Io  - dice Samuele ndr- la vivo come un artista, non ho un fine prestabilito; voglio conoscere il più possibile per migliorarmi e cambiare in meglio.

Gli obiettivi – continua Ryan ndr- cambiano da persona a persona, ognuno ha il proprio modo di vedere; c’è chi vuole diventare un buon ballerino singolo, c’è chi invece vuole ritrovare l’artisticità in questo mondo, chi si concentra sull’insegnamento a piccoli e grandi, e chi sull’aspetto coreografico, chi ha un lavoro “normale” ma continua a ballare per puro divertimento.

Qual è stata l’esperienza più bella che avete vissuto insieme?

Ognuno ha fatto esperienze diverse; all’inizio la crew era formata da 6 elementi poi sono diventati 9 e ora siamo in 11. Negli anni c’è stato un cambio generazionale.

Potrebbero essere molte le esperienze significative, molti i contest da ricordare – continua Teddy ndr-, tuttavia, spesso, è quello che si prova, quello che si crea durante una gara a rendere speciale il momento, più che vincere o perdere.

Voi, Teddy e Samuele, vi siete uniti da poco alla crew, vi va di presentarvi al pubblico?

Sono entrato nella crew – inizia Teddy ndr- un mesetto fà.   Sono specializzato nell’house dance ed in Hip Hop. Dopo un primo incontro ad un contest, ho iniziato a conoscere i ragazzi, ma solo dopo che Ryan ha proposto degli allenamenti assieme, e passato del tempo ha proposto agli altri il mio ingresso.

La mia storia invece – prosegue Samuele ndr- è differente. Ballo hip hop da 7 anni; prima praticavo l’Electrodance ma l’hip hop è diventato la mia più grande passione. Sono felice di aver trovato persone che mi hanno accolto e con le quali riesco a stare bene. Anche io come Teddy ho fatto un periodo allenandomi con loro e successivamente mi è stata fatta la proposta.

Una crew italiana che ammirate?

Ci sono elementi o crew nella scena italiana che ognuno di noi ammira, disprezza o più semplicemente vi è una "cordiale indifferenza reciproca". Stilare liste di nomi o parlare di crew sarebbe inopportuno dato che ogni gruppo è composto da vari elementi; se uno stimato ballerino appartiene a una crew che tuttavia nel suo complesso non funziona, in questi casi si apprezza il singolo.

Cosa ne pensate della situazione attuale in Italia per quanto riguarda questa cultura?

Vivo la scena da circa 13 anni e l’ho vista crescere sotto molti aspetti; oggi, per esempio, siamo al contest Red Bull in cui vedo la scena del breaking sempre più forte. In questo discorso, è importante differenziare il breaking e lo stand up dancing; ormai sono divenuti due mondi differenti, due scene che viaggiano parallele, ed ogni tanto ci si incontra in contesti particolari. Trovo comunque che ci sia stata negli anni una grande crescita in entrambe le discipline e che ha sta portando la nostra nazione più vicina ad altre. – conclude Ryan ndr.

Molto spesso nei contest c’è troppo accanimento e vengono meno i veri valori di questa cultura. Cosa ne pensate?

Una sacrosanta verità. Certo, gli atteggiamenti di sfida sono fondamentali, ed è questo che dà la carica! Se non c’è confronto non c’è miglioramento, ma senza esagerazioni inutili.

Cosa vi aspettate da questo Red Bull BC One Nazionale?

Ci auguriamo di vedere qualcuno sulla scia di Froz, che un italiano arrivi alla finale mondiale e che porti alta la nostra bandiera tricolore! Il Red Bull nel corso degli anni ha fatto da locomotiva al breaking a livello mondiale e deve continuare ad esserlo per i giovani, una forza trainante che faccia emergere personaggi di rilievo, ballerini con personalità, in grado di dimostrare il valore e il talento italiani.

Polly Dance
Intervista per Dance Hall News


Philgood
"Non rimandate a domani, spingete in continuazione". Philgood racconta la sua vita da B-boy

Buongiorno amici di Hip-Hop Circle, ho incontrato per voi il nostro Bboy italiano Filippo Trombetti, in arte Philgood. Ecco la sua storia.

Come ti sei avvicinato alla danza e alla breakdance in particolare?

Ho iniziato a ballare breaking intorno al 2000 un po’ per caso; qualche anno prima mi ero avvicinato al writing e ho cominciato a muovere i primi passi. Da quel momento, il breaking è diventato un modo per sfogare tutte le tensioni, scolastiche e famigliari, e non ho più smesso. Gradualmente ho iniziato a scoprire l’universo hip hop, e che writing, breaking, djing e mcing sono tutte forme d’arte tra loro connesse. Con il breaking ho iniziato a vivere in profondità la cultura Hip Hop. Quello che all’inizio era un passatempo, è divenuto un passione cui dedicarmi con costanza, cercando di documentarmi con le video cassette, i mixtape, e qualche piccola videoclip su internet. Nel 2002 ho partecipato per la prima volta a “Bboy Event”, storico contest nazionale che mi ha permesso di osservare la scena italiana, capendo che era necessario, per me, fare un salto di qualità.

Perché Philgood?

Il nome è nato per caso negli anni del liceo. All’epoca del writing avevo diversi nickname, ma con il breaking ho sentito che era giunto il momento di cambiare; parlando con un mio compagno di banco, è nato Philgood, che riprende il mio nome Filippo.

Come ti sei avvicinato all’insegnamento?

Non è stato per mia decisione; dai centri giovanili, hanno cominciato ad arrivarmi richieste per tenere alcuni corsi, con incontri una volta al mese, e, ben presto, col passa parola, sono entrato nelle scuole di danza, notando molto entusiasmo da parte degli allievi per il breaking. In poco tempo, l’insegnamento ha riempito le mie giornate.

Com’è iniziata l’avventura con la crew dei Bandits e con quella dei Fonzarelli?

Prima ci sono stati i Fonzarelli, nel 2010, un’avventura che, iniziata quasi per gioco, si è poi rivelata un successo; il mio amico Ryan voleva creare un team coreografico e chiamò me e ragazzi che seguivano i suoi corsi open di Popping e Hip-Hop. Insieme cominciammo a provare, capendo fin dall’inizio che la sintonia tra tutti era perfetta. Il progetto prese forma e per noi arrivarono i primi contest. Nel team dei Fonzarelli, a differenza di altri progetti o gruppi con cui ho lavorato, ho trovato persone amiche, affidabili; provavamo anche durante la notte, tra Milano e Bergamo, e le assenze erano molto rare. Nel gruppo si respiravano passione e serietà verso il lavoro da parte di tutti. Ultimamente, a causa dei molteplici impegni, abbiamo ridotto l’attività, ma siamo alla ricerca di nuovi elementi per rafforzare il gruppo. Parlando invece dei Bandits, dopo un inizio complicato dovuto alle diverse convinzioni di ognuno, abbiamo superato quelle barriere e anche in questo caso sono nate delle amicizie importanti.

Quindi cos’è importante per te in una crew?

Ci sono due componenti importanti in una crew: la passione per il proprio lavoro e la sintonia con i componenti del gruppo; l’una senza l’altra non sono sufficienti.

Cosa ne pensi della situazione attuale in Italia?

Penso che la scena italiana si sia sviluppata moltissimo, nel bene e nel male. Tanto è stato fatto per ottenere il giusto riconoscimento che tutte le discipline dell’hip-hop meritano, non solo il breaking, ma anche il writing, il djing e l’mcing. Già intorno agli anni 80 e 90 la scena dell’hip-hop italiano aveva un valore consistente, guidata da grandi pionieri. Col passare del tempo l’Italia è tornata in luce, negli anni si sono moltiplicati gli eventi dedicati al mondo hip hop, la qualità artistica è migliorata, tanto che l’Italia si è guadagnata una certa fama all’estero, conquistata vincendo battle e trionfando a numerosi contest. Oggi noi italiani possiamo dire la nostra. È importante proiettarsi verso il futuro, lasciando spazio alle nuove generazioni, sostenendole, organizzando eventi per i ragazzi, cercando di coltivare il talento fornendo informazioni e competenze, a partire dalle origini dell’hip hop.

Raccontaci qualcosa del Red Bull BC One che si terrà a Milano il 18 aprile dove farai da giudice.

Il RBCO è una competizione creata da Red Bull nel 2004, evento di grande impatto mediatico, il più importante 1vs1 di Breaking al mondo. A differenza di qualche anno fa, quando i 16 partecipanti erano ammessi solo su invito, oggi tutti possono ambire a partecipare alla competizione, attraverso le selezioni aperte tenute in giro per il mondo. A Milano, presso il Teatro Parenti, si terrà la selezione per il Nord Italia; altre qualifiche sono in programma a Bari e a Roma, in Sicilia e in Sardegna e a Firenze. La finale Red Bull BC One Cypher Italy 2015 sarà a Roma il 23 maggio, e il vincitore avrà accesso agli europei; chi vincerà, prenderà parte alla Finale mondiale che, per la prima volta nella storia del contest, si terrà a Roma il 14 novembre.

Visto che farai da giudice nella tappa di Milano, cosa ti aspetti dal vincitore?

Red Bull BC One è una competizione diversa dalle altre, dove conta innanzitutto la voglia di vincere. Ovviamente, questa non basta; deve unirsi a talento, musicalità, consapevolezza e grande determinazione.

Quali sono i tuoi prossimi progetti, oltre al RBCO?

Gli impegni in programma sono molti; diverse battle dove sarò in giuria e altri contest cui parteciperò. Sempre in movimento, infortuni permettendo.

Un sogno ancora nel cassetto?

Visto che ho 30 anni e una bimba di 4 anni, i sogni nel cassetto sono stati parzialmente già realizzati. Continuo nell’insegnamento, coltivando i nuovi talenti, allo scopo di presentare i miei ragazzi alle competizioni, per poi lasciarli liberi di camminare con le proprie gambe. Mi dà grande soddisfazione vedere che le mie lezioni trasmettano qualcosa di più profondo rispetto al singolo passo di danza, così da significare una crescita continua per gli allievi.

Cosa consigli ai giovani?

Ciò che consiglio a tutti è informarsi, studiare, vedere nel proprio insegnante un aiuto, sia dentro la scuola che fuori; ai ragazzi voglio dire: "viaggiate senza aspettare che qualcuno vi dica cosa fare, prendete lo zaino e andate in Italia e all’estero, facendo più esperienze possibili adesso che siete giovani. Non rimandate a domani, spingete in continuazione".

by Polly Dance
Intervista per Dance Hall News 


MrT
Marcello Tornabruni: "L'hip hop è un movimento culturale, un insieme di arti che unisce le persone”

Buongiorno amici di Hip-Hop Circle, oggi incontro per voi Marcello Tornabruni, mio grande maestro e amico, il quale ci condurrà, insieme con lui, nel mondo vario e ricco che noi, danzatori hip hop, tanto amiamo.

Come ti sei avvicinato al mondo dell’hip-hop?
È nato tutto fra i banchi di scuola. Con i compagni di classe ci divertivamo a riproporre in maniera del tutto priva di tecnica, i passi dei video che allora andavano in onda sulla vecchia Videomusic. Michael Jackson spopolava con il moon walk e noi tentavamo di imitarlo. Si trattava di musica pop, non hip hop. Ma nacque il mio interesse nei confronti della danza. A Vigevano, la mia città, cominciai a seguire un ragazzo che ballava la street dance. Ricordo che ci si trovava nei garage a ballare. L’unico luogo destinato a questo stile era il “Muretto” a Milano. Ho viva l’immagine di quelle prime serate in cui si creava un cerchio al centro della sala in cui era davvero difficile entrare. Bisognava avere gli amici giusti. E piano piano li ebbi anch’io. Tra i tanti Meme e Paolino.

Come si viveva l’hip-hop a Milano?
Dal mio punto di vista, Milano era il luogo di ritrovo ideale. Esistevano locali prettamente “neri”, frequentati da persone di colore, dove iniziava a diffondersi la cultura Hip Hop e dove, in maniera embrionale, si ponevano le basi per lo sviluppo di questo mondo che tanta fortuna avrebbe avuto successivamente. Ricordo in particolare il “Bataclan” che poi, ahimè, fu chiuso.
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Come ti sei avvicinato all’insegnamento?
Non ho iniziato a insegnare danza ma la batteria. Da ragazzo cominciai a studiare al CPM di Milano, e contemporaneamente entrai in alcune band come musicista. In un secondo momento, forte dell’esperienza accumulata grazie allo studio e al lavoro, iniziai a insegnare. Apprendendo così tutte le tecniche e i segreti che mi sarebbero serviti, poi, per l’insegnamento dell’hip hop. Intanto la mia passione per la danza cresceva sempre di più e, pur non essendoci allora corsi adeguati allo studio e all’apprendimento delle varie tecniche, non mollai. E cominciai a insegnare breaking. Il mio primo stile appreso.

Sull’insegnamento attuale in Italia cosa ne pensi?
In linea generale il livello è migliorato grazie anche ai mezzi di comunicazione che quando ho iniziato io non esistevano. Da un altro punto di vista però, noto troppa attenzione al business e poca verso gli allievi. Parecchi insegnanti tendono a farsi vedere non curandosi dei ragazzi come dovrebbero. Personalmente parto sempre dal presupposto che chi viene alle mie lezioni ha pagato il corso, magari facendo dei sacrifici. A loro deve andare tutta la mia attenzione.

Che rapporti hai con i tuoi allievi?
Con loro ho un rapporto di amicizia e rispetto reciproco. Ai miei tempi c’era molto distacco e a volte soggezione. E a me, personalmente, non piaceva. Crescendo professionalmente ho capito quanto sia importante per un insegnante creare un legame con i propri allievi. Mi rendo conto che in alcuni casi si possa correre il rischio di dare troppa confidenza agli allievi che, per la loro giovane età e inesperienza, a volte finiscono per prendere le lezioni e lo studio con leggerezza. Ma ho fiducia nella maturità di chi segue i miei corsi.

Si nasce con la predisposizione per ballare hip-hop o breakdance? O dopo tanto lavoro si può arrivare a un buon livello?
Sono vere entrambe le cose. La predisposizione fisica, la musicalità, una cultura in tal senso sono ottimi presupposti da cui partire. Ma ho visto persone senza alcuna attitudine che grazie all’impegno e al lavoro hanno ottenuto grandissimi risultati.

Che cosa pensi riguardo al lavoro coreografico e freestyle di hip-hop?
Su quest’argomento c’è sempre stata confusione, ma adesso, grazie ai media e agli OG’S della streetdance si è fatta maggiore chiarezza. Inizialmente si pensava alla coreografia come alla base della danza di strada ma in seguito si è capito che la chiave di tutto risiede nel freestyle hip-hop, cioè l’interpretazione della musica tramite movimenti hip-hop e ciò che riesci a esprimere con gli stessi.

Cosa pensi quando fai freestyle?
Dipende dal risultato che intendo raggiungere. A volte penso al respiro, il cui ritmo cambia in base al tipo di giornata che vivo. In generale però, ciò che funziona di più, è porre attenzione alla musica, al suo incedere e a ciò che essa suggerisce.  Con il vero Freestyle ti lasci completamente andare, e se hai una buona base tecnica, i passi verrano naturali e spontanei.

Ci parli del rapporto tra New style e Old School?
Se proprio dovessi definirmi, mi sento più vicino alla Old School. Ma credo che certe differenziazioni in realtà siano solo un modo per dare un'etichetta; tra cento anni l’attuale new school diventerà old e così via nel corso del tempo.
Parlerei piuttosto di generi differenti che possono, in alcuni casi, essere mixati tra di loro mantenendo comunque la propria identità. Per esempio negli anni 70 alcuni ballerini di Tip Tap ballavano in strada ma non per questo facevano hip hop. Purtroppo spesso si assiste a stravolgimenti di genere, mascherati da tentativo di evoluzione.

Secondo te cosa dovrebbe avere un ballerino per distinguersi dagli altri?
La personalità in assoluto. Tutti possono eseguire dei passi ma è il modo in cui ciascuno sente la musica e la fa propria a fare la differenza. È bello quando vedi eseguire dei passi che sono standard ma che assumono connotazioni differenti perché il danzatore ha regalato agli stessi movimenti significati diversi.

Hai un sogno nel cassetto?
Quando ero molto giovane il mio desiderio più grande era quello di avere una mia scuola. Non tanto per motivi di business quanto per insegnare a ragazzi desiderosi di imparare. Oggi il mio sogno non è cambiato. Vorrei creare una struttura che accogliesse al suo interno non solo la danza hip hop ma tutte le arti a essa legate. Un luogo di studio ma anche un posto in cui conoscersi, mettersi alla prova e crescere. Ovviamente per un progetto così ambizioso ci vorrebbero tantissimi soldi.

Descrivi l’Hip-Hop con una sola parola?
Molti rispondono “vita”, altri “l’hip-hop sono io”, altri “danza da strada”. Io mi attengo alla definizione ufficiale. L’Hip Hop è un “MOVIMENTO CULTURALE”, un insieme di arti il cui scopo è di unire le persone e favorire l’espressione della strada.

Che cosa apprezzi di più del movimento hip-hop?
L’odore della strada, intesa come freschezza e naturalezza, spontaneità e originalità. Noi siamo il frutto di ciò che abbiamo vissuto. Personalmente mi ritengo fortunato, con una famiglia che mi supporta nelle mie scelte; non posso paragonarmi agli hood boyz, o a un freshcat, ai ragazzi nati nel Bronx che hanno naturalmente respirato le jam e i party, in altre parole forgiati dall’essenza stessa dell’hip hop, ragazzi che hanno dato vita a qualcosa di unico al mondo. Tuttavia, anche da noi la danza hip hop ha posto le sue radici e continua a evolversi. Basta cercarla nei posti giusti.

By Polly Dance
Intervista per : Dance Hall News

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