INTERVISTA SU --> Dance Hall News
Buongiorno amici di Hip-Hop Circle, oggi incontro per voi Marcello Tornabruni, mio grande maestro e amico, il quale ci condurrà, insieme con lui, nel mondo vario e ricco che noi, danzatori hip hop, tanto amiamo.
Come ti sei avvicinato al mondo dell’hip-hop?
È nato tutto fra i banchi di scuola. Con i compagni di classe ci divertivamo a riproporre in maniera del tutto priva di tecnica, i passi dei video che allora andavano in onda sulla vecchia Videomusic. Michael Jackson spopolava con il moon walk e noi tentavamo di imitarlo. Si trattava di musica pop, non hip hop. Ma nacque il mio interesse nei confronti della danza. A Vigevano, la mia città, cominciai a seguire un ragazzo che ballava la street dance. Ricordo che ci si trovava nei garage a ballare. L’unico luogo destinato a questo stile era il “Muretto” a Milano. Ho viva l’immagine di quelle prime serate in cui si creava un cerchio al centro della sala in cui era davvero difficile entrare. Bisognava avere gli amici giusti. E piano piano li ebbi anch’io. Tra i tanti Meme e Paolino.
Come si viveva l’hip-hop a Milano?
Dal mio punto di vista, Milano era il luogo di ritrovo ideale. Esistevano locali prettamente “neri”, frequentati da persone di colore, dove iniziava a diffondersi la cultura Hip Hop e dove, in maniera embrionale, si ponevano le basi per lo sviluppo di questo mondo che tanta fortuna avrebbe avuto successivamente. Ricordo in particolare il “Bataclan” che poi, ahimè, fu chiuso.
.
Come ti sei avvicinato all’insegnamento?
Non ho iniziato a insegnare danza ma la batteria. Da ragazzo cominciai a studiare al CPM di Milano, e contemporaneamente entrai in alcune band come musicista. In un secondo momento, forte dell’esperienza accumulata grazie allo studio e al lavoro, iniziai a insegnare. Apprendendo così tutte le tecniche e i segreti che mi sarebbero serviti, poi, per l’insegnamento dell’hip hop. Intanto la mia passione per la danza cresceva sempre di più e, pur non essendoci allora corsi adeguati allo studio e all’apprendimento delle varie tecniche, non mollai. E cominciai a insegnare breaking. Il mio primo stile appreso.
Sull’insegnamento attuale in Italia cosa ne pensi?
In linea generale il livello è migliorato grazie anche ai mezzi di comunicazione che quando ho iniziato io non esistevano. Da un altro punto di vista però, noto troppa attenzione al business e poca verso gli allievi. Parecchi insegnanti tendono a farsi vedere non curandosi dei ragazzi come dovrebbero. Personalmente parto sempre dal presupposto che chi viene alle mie lezioni ha pagato il corso, magari facendo dei sacrifici. A loro deve andare tutta la mia attenzione.
Che rapporti hai con i tuoi allievi?
Con loro ho un rapporto di amicizia e rispetto reciproco. Ai miei tempi c’era molto distacco e a volte soggezione. E a me, personalmente, non piaceva. Crescendo professionalmente ho capito quanto sia importante per un insegnante creare un legame con i propri allievi. Mi rendo conto che in alcuni casi si possa correre il rischio di dare troppa confidenza agli allievi che, per la loro giovane età e inesperienza, a volte finiscono per prendere le lezioni e lo studio con leggerezza. Ma ho fiducia nella maturità di chi segue i miei corsi.
Si nasce con la predisposizione per ballare hip-hop o breakdance? O dopo tanto lavoro si può arrivare a un buon livello?
Sono vere entrambe le cose. La predisposizione fisica, la musicalità, una cultura in tal senso sono ottimi presupposti da cui partire. Ma ho visto persone senza alcuna attitudine che grazie all’impegno e al lavoro hanno ottenuto grandissimi risultati.
Che cosa pensi riguardo al lavoro coreografico e freestyle di hip-hop?
Su quest’argomento c’è sempre stata confusione, ma adesso, grazie ai media e agli OG’S della streetdance si è fatta maggiore chiarezza. Inizialmente si pensava alla coreografia come alla base della danza di strada ma in seguito si è capito che la chiave di tutto risiede nel freestyle hip-hop, cioè l’interpretazione della musica tramite movimenti hip-hop e ciò che riesci a esprimere con gli stessi.
Cosa pensi quando fai freestyle?
Dipende dal risultato che intendo raggiungere. A volte penso al respiro, il cui ritmo cambia in base al tipo di giornata che vivo. In generale però, ciò che funziona di più, è porre attenzione alla musica, al suo incedere e a ciò che essa suggerisce. Con il vero Freestyle ti lasci completamente andare, e se hai una buona base tecnica, i passi verrano naturali e spontanei.
Ci parli del rapporto tra New style e Old School?
Se proprio dovessi definirmi, mi sento più vicino alla Old School. Ma credo che certe differenziazioni in realtà siano solo un modo per dare un'etichetta; tra cento anni l’attuale new school diventerà old e così via nel corso del tempo.
Parlerei piuttosto di generi differenti che possono, in alcuni casi, essere mixati tra di loro mantenendo comunque la propria identità. Per esempio negli anni 70 alcuni ballerini di Tip Tap ballavano in strada ma non per questo facevano hip hop. Purtroppo spesso si assiste a stravolgimenti di genere, mascherati da tentativo di evoluzione.
Secondo te cosa dovrebbe avere un ballerino per distinguersi dagli altri?
La personalità in assoluto. Tutti possono eseguire dei passi ma è il modo in cui ciascuno sente la musica e la fa propria a fare la differenza. È bello quando vedi eseguire dei passi che sono standard ma che assumono connotazioni differenti perché il danzatore ha regalato agli stessi movimenti significati diversi.
Hai un sogno nel cassetto?
Quando ero molto giovane il mio desiderio più grande era quello di avere una mia scuola. Non tanto per motivi di business quanto per insegnare a ragazzi desiderosi di imparare. Oggi il mio sogno non è cambiato. Vorrei creare una struttura che accogliesse al suo interno non solo la danza hip hop ma tutte le arti a essa legate. Un luogo di studio ma anche un posto in cui conoscersi, mettersi alla prova e crescere. Ovviamente per un progetto così ambizioso ci vorrebbero tantissimi soldi.
Descrivi l’Hip-Hop con una sola parola?
Molti rispondono “vita”, altri “l’hip-hop sono io”, altri “danza da strada”. Io mi attengo alla definizione ufficiale. L’Hip Hop è un “MOVIMENTO CULTURALE”, un insieme di arti il cui scopo è di unire le persone e favorire l’espressione della strada.
Che cosa apprezzi di più del movimento hip-hop?
L’odore della strada, intesa come freschezza e naturalezza, spontaneità e originalità. Noi siamo il frutto di ciò che abbiamo vissuto. Personalmente mi ritengo fortunato, con una famiglia che mi supporta nelle mie scelte; non posso paragonarmi agli hood boyz, o a un freshcat, ai ragazzi nati nel Bronx che hanno naturalmente respirato le jam e i party, in altre parole forgiati dall’essenza stessa dell’hip hop, ragazzi che hanno dato vita a qualcosa di unico al mondo. Tuttavia, anche da noi la danza hip hop ha posto le sue radici e continua a evolversi. Basta cercarla nei posti giusti.
By Polly Dance
Buongiorno
amici di Hip-Hop Circle, oggi incontro per voi Marcello Tornabruni, mio
grande maestro e amico, il quale ci condurrà, insieme con lui, nel
mondo vario e ricco che noi, danzatori hip hop, tanto amiamo.
Come ti sei avvicinato al mondo dell’hip-hop?
È
nato tutto fra i banchi di scuola. Con i compagni di classe ci
divertivamo a riproporre in maniera del tutto priva di tecnica, i passi
dei video che allora andavano in onda sulla vecchia Videomusic. Michael
Jackson spopolava con il moon walk e noi tentavamo di imitarlo. Si
trattava di musica pop, non hip hop. Ma nacque il mio interesse nei
confronti della danza. A Vigevano, la mia città, cominciai a seguire un
ragazzo che ballava la street dance. Ricordo che ci si trovava nei
garage a ballare. L’unico luogo destinato a questo stile era il
“Muretto” a Milano. Ho viva l’immagine di quelle prime serate in cui si
creava un cerchio al centro della sala in cui era davvero difficile
entrare. Bisognava avere gli amici giusti. E piano piano li ebbi
anch’io. Tra i tanti Meme e Paolino.
Come si viveva l’hip-hop a Milano?
Dal
mio punto di vista, Milano era il luogo di ritrovo ideale. Esistevano
locali prettamente “neri”, frequentati da persone di colore, dove
iniziava a diffondersi la cultura Hip Hop e dove, in maniera embrionale,
si ponevano le basi per lo sviluppo di questo mondo che tanta fortuna
avrebbe avuto successivamente. Ricordo in particolare il “Bataclan” che
poi, ahimè, fu chiuso.
.
Come ti sei avvicinato all’insegnamento?
Non ho iniziato a insegnare danza ma la batteria. Da
ragazzo cominciai a studiare al CPM di Milano, e contemporaneamente
entrai in alcune band come musicista. In un secondo momento, forte
dell’esperienza accumulata grazie allo studio e al lavoro, iniziai a
insegnare. Apprendendo così tutte le tecniche e i segreti che mi
sarebbero serviti, poi, per l’insegnamento dell’hip hop. Intanto la mia
passione per la danza cresceva sempre di più e, pur non essendoci allora
corsi adeguati allo studio e all’apprendimento delle varie tecniche,
non mollai. E cominciai a insegnare breaking. Il mio primo stile
appreso.
Sull’insegnamento attuale in Italia cosa ne pensi?
In
linea generale il livello è migliorato grazie anche ai mezzi di
comunicazione che quando ho iniziato io non esistevano. Da un altro
punto di vista però, noto troppa attenzione al business e poca verso gli
allievi. Parecchi insegnanti tendono a farsi vedere non curandosi dei
ragazzi come dovrebbero. Personalmente parto sempre dal presupposto che
chi viene alle mie lezioni ha pagato il corso, magari facendo dei
sacrifici. A loro deve andare tutta la mia attenzione.
Che rapporti hai con i tuoi allievi?
Con
loro ho un rapporto di amicizia e rispetto reciproco. Ai miei tempi
c’era molto distacco e a volte soggezione. E a me, personalmente, non
piaceva. Crescendo professionalmente ho capito quanto sia importante per
un insegnante creare un legame con i propri allievi. Mi rendo conto che
in alcuni casi si possa correre il rischio di dare troppa confidenza
agli allievi che, per la loro giovane età e inesperienza, a volte
finiscono per prendere le lezioni e lo studio con leggerezza. Ma ho
fiducia nella maturità di chi segue i miei corsi.
Si nasce con la predisposizione per ballare hip-hop o breakdance? O dopo tanto lavoro si può arrivare a un buon livello?
Sono
vere entrambe le cose. La predisposizione fisica, la musicalità, una
cultura in tal senso sono ottimi presupposti da cui partire. Ma ho visto
persone senza alcuna attitudine che grazie all’impegno e al lavoro
hanno ottenuto grandissimi risultati.
Che cosa pensi riguardo al lavoro coreografico e freestyle di hip-hop?
Su
quest’argomento c’è sempre stata confusione, ma adesso, grazie ai media
e agli OG’S della streetdance si è fatta maggiore chiarezza.
Inizialmente si pensava alla coreografia come alla base della danza di
strada ma in seguito si è capito che la chiave di tutto risiede nel
freestyle hip-hop, cioè l’interpretazione della musica tramite movimenti
hip-hop e ciò che riesci a esprimere con gli stessi.
Cosa pensi quando fai freestyle?
Dipende
dal risultato che intendo raggiungere. A volte penso al respiro, il cui
ritmo cambia in base al tipo di giornata che vivo. In generale però,
ciò che funziona di più, è porre attenzione alla musica, al suo incedere
e a ciò che essa suggerisce. Con il vero Freestyle ti lasci
completamente andare, e se hai una buona base tecnica, i passi verrano
naturali e spontanei.
Ci parli del rapporto tra New style e Old School?
Se
proprio dovessi definirmi, mi sento più vicino alla Old School. Ma
credo che certe differenziazioni in realtà siano solo un modo per dare
un'etichetta; tra cento anni l’attuale new school diventerà old e così
via nel corso del tempo.
Parlerei
piuttosto di generi differenti che possono, in alcuni casi, essere
mixati tra di loro mantenendo comunque la propria identità. Per esempio
negli anni 70 alcuni ballerini di Tip Tap ballavano in strada ma non per
questo facevano hip hop. Purtroppo spesso si assiste a stravolgimenti
di genere, mascherati da tentativo di evoluzione.
Secondo te cosa dovrebbe avere un ballerino per distinguersi dagli altri?
La
personalità in assoluto. Tutti possono eseguire dei passi ma è il modo
in cui ciascuno sente la musica e la fa propria a fare la differenza. È
bello quando vedi eseguire dei passi che sono standard ma che assumono
connotazioni differenti perché il danzatore ha regalato agli stessi
movimenti significati diversi.
Hai un sogno nel cassetto?
Quando
ero molto giovane il mio desiderio più grande era quello di avere una
mia scuola. Non tanto per motivi di business quanto per insegnare a
ragazzi desiderosi di imparare. Oggi il mio sogno non è cambiato. Vorrei
creare una struttura che accogliesse al suo interno non solo la danza
hip hop ma tutte le arti a essa legate. Un luogo di studio ma anche un
posto in cui conoscersi, mettersi alla prova e crescere. Ovviamente per
un progetto così ambizioso ci vorrebbero tantissimi soldi.
Descrivi l’Hip-Hop con una sola parola?
Molti
rispondono “vita”, altri “l’hip-hop sono io”, altri “danza da strada”.
Io mi attengo alla definizione ufficiale. L’Hip Hop è un “MOVIMENTO
CULTURALE”, un insieme di arti il cui scopo è di unire le persone e
favorire l’espressione della strada.
Che cosa apprezzi di più del movimento hip-hop?
L’odore
della strada, intesa come freschezza e naturalezza, spontaneità e
originalità. Noi siamo il frutto di ciò che abbiamo vissuto.
Personalmente mi ritengo fortunato, con una famiglia che mi supporta
nelle mie scelte; non posso paragonarmi agli hood boyz, o a un freshcat,
ai ragazzi nati nel Bronx che hanno naturalmente respirato le jam e i
party, in altre parole forgiati dall’essenza stessa dell’hip hop,
ragazzi che hanno dato vita a qualcosa di unico al mondo. Tuttavia,
anche da noi la danza hip hop ha posto le sue radici e continua a
evolversi. Basta cercarla nei posti giusti.
By Polly Dance
- See more at: http://dancehallnews.it/notizia/434/#sthash.wbIM0ocL.dpuf
Buongiorno
amici di Hip-Hop Circle, oggi incontro per voi Marcello Tornabruni, mio
grande maestro e amico, il quale ci condurrà, insieme con lui, nel
mondo vario e ricco che noi, danzatori hip hop, tanto amiamo.
Come ti sei avvicinato al mondo dell’hip-hop?
È
nato tutto fra i banchi di scuola. Con i compagni di classe ci
divertivamo a riproporre in maniera del tutto priva di tecnica, i passi
dei video che allora andavano in onda sulla vecchia Videomusic. Michael
Jackson spopolava con il moon walk e noi tentavamo di imitarlo. Si
trattava di musica pop, non hip hop. Ma nacque il mio interesse nei
confronti della danza. A Vigevano, la mia città, cominciai a seguire un
ragazzo che ballava la street dance. Ricordo che ci si trovava nei
garage a ballare. L’unico luogo destinato a questo stile era il
“Muretto” a Milano. Ho viva l’immagine di quelle prime serate in cui si
creava un cerchio al centro della sala in cui era davvero difficile
entrare. Bisognava avere gli amici giusti. E piano piano li ebbi
anch’io. Tra i tanti Meme e Paolino.
Come si viveva l’hip-hop a Milano?
Dal
mio punto di vista, Milano era il luogo di ritrovo ideale. Esistevano
locali prettamente “neri”, frequentati da persone di colore, dove
iniziava a diffondersi la cultura Hip Hop e dove, in maniera embrionale,
si ponevano le basi per lo sviluppo di questo mondo che tanta fortuna
avrebbe avuto successivamente. Ricordo in particolare il “Bataclan” che
poi, ahimè, fu chiuso.
.
Come ti sei avvicinato all’insegnamento?
Non ho iniziato a insegnare danza ma la batteria. Da
ragazzo cominciai a studiare al CPM di Milano, e contemporaneamente
entrai in alcune band come musicista. In un secondo momento, forte
dell’esperienza accumulata grazie allo studio e al lavoro, iniziai a
insegnare. Apprendendo così tutte le tecniche e i segreti che mi
sarebbero serviti, poi, per l’insegnamento dell’hip hop. Intanto la mia
passione per la danza cresceva sempre di più e, pur non essendoci allora
corsi adeguati allo studio e all’apprendimento delle varie tecniche,
non mollai. E cominciai a insegnare breaking. Il mio primo stile
appreso.
Sull’insegnamento attuale in Italia cosa ne pensi?
In
linea generale il livello è migliorato grazie anche ai mezzi di
comunicazione che quando ho iniziato io non esistevano. Da un altro
punto di vista però, noto troppa attenzione al business e poca verso gli
allievi. Parecchi insegnanti tendono a farsi vedere non curandosi dei
ragazzi come dovrebbero. Personalmente parto sempre dal presupposto che
chi viene alle mie lezioni ha pagato il corso, magari facendo dei
sacrifici. A loro deve andare tutta la mia attenzione.
Che rapporti hai con i tuoi allievi?
Con
loro ho un rapporto di amicizia e rispetto reciproco. Ai miei tempi
c’era molto distacco e a volte soggezione. E a me, personalmente, non
piaceva. Crescendo professionalmente ho capito quanto sia importante per
un insegnante creare un legame con i propri allievi. Mi rendo conto che
in alcuni casi si possa correre il rischio di dare troppa confidenza
agli allievi che, per la loro giovane età e inesperienza, a volte
finiscono per prendere le lezioni e lo studio con leggerezza. Ma ho
fiducia nella maturità di chi segue i miei corsi.
Si nasce con la predisposizione per ballare hip-hop o breakdance? O dopo tanto lavoro si può arrivare a un buon livello?
Sono
vere entrambe le cose. La predisposizione fisica, la musicalità, una
cultura in tal senso sono ottimi presupposti da cui partire. Ma ho visto
persone senza alcuna attitudine che grazie all’impegno e al lavoro
hanno ottenuto grandissimi risultati.
Che cosa pensi riguardo al lavoro coreografico e freestyle di hip-hop?
Su
quest’argomento c’è sempre stata confusione, ma adesso, grazie ai media
e agli OG’S della streetdance si è fatta maggiore chiarezza.
Inizialmente si pensava alla coreografia come alla base della danza di
strada ma in seguito si è capito che la chiave di tutto risiede nel
freestyle hip-hop, cioè l’interpretazione della musica tramite movimenti
hip-hop e ciò che riesci a esprimere con gli stessi.
Cosa pensi quando fai freestyle?
Dipende
dal risultato che intendo raggiungere. A volte penso al respiro, il cui
ritmo cambia in base al tipo di giornata che vivo. In generale però,
ciò che funziona di più, è porre attenzione alla musica, al suo incedere
e a ciò che essa suggerisce. Con il vero Freestyle ti lasci
completamente andare, e se hai una buona base tecnica, i passi verrano
naturali e spontanei.
Ci parli del rapporto tra New style e Old School?
Se
proprio dovessi definirmi, mi sento più vicino alla Old School. Ma
credo che certe differenziazioni in realtà siano solo un modo per dare
un'etichetta; tra cento anni l’attuale new school diventerà old e così
via nel corso del tempo.
Parlerei
piuttosto di generi differenti che possono, in alcuni casi, essere
mixati tra di loro mantenendo comunque la propria identità. Per esempio
negli anni 70 alcuni ballerini di Tip Tap ballavano in strada ma non per
questo facevano hip hop. Purtroppo spesso si assiste a stravolgimenti
di genere, mascherati da tentativo di evoluzione.
Secondo te cosa dovrebbe avere un ballerino per distinguersi dagli altri?
La
personalità in assoluto. Tutti possono eseguire dei passi ma è il modo
in cui ciascuno sente la musica e la fa propria a fare la differenza. È
bello quando vedi eseguire dei passi che sono standard ma che assumono
connotazioni differenti perché il danzatore ha regalato agli stessi
movimenti significati diversi.
Hai un sogno nel cassetto?
Quando
ero molto giovane il mio desiderio più grande era quello di avere una
mia scuola. Non tanto per motivi di business quanto per insegnare a
ragazzi desiderosi di imparare. Oggi il mio sogno non è cambiato. Vorrei
creare una struttura che accogliesse al suo interno non solo la danza
hip hop ma tutte le arti a essa legate. Un luogo di studio ma anche un
posto in cui conoscersi, mettersi alla prova e crescere. Ovviamente per
un progetto così ambizioso ci vorrebbero tantissimi soldi.
Descrivi l’Hip-Hop con una sola parola?
Molti
rispondono “vita”, altri “l’hip-hop sono io”, altri “danza da strada”.
Io mi attengo alla definizione ufficiale. L’Hip Hop è un “MOVIMENTO
CULTURALE”, un insieme di arti il cui scopo è di unire le persone e
favorire l’espressione della strada.
Che cosa apprezzi di più del movimento hip-hop?
L’odore
della strada, intesa come freschezza e naturalezza, spontaneità e
originalità. Noi siamo il frutto di ciò che abbiamo vissuto.
Personalmente mi ritengo fortunato, con una famiglia che mi supporta
nelle mie scelte; non posso paragonarmi agli hood boyz, o a un freshcat,
ai ragazzi nati nel Bronx che hanno naturalmente respirato le jam e i
party, in altre parole forgiati dall’essenza stessa dell’hip hop,
ragazzi che hanno dato vita a qualcosa di unico al mondo. Tuttavia,
anche da noi la danza hip hop ha posto le sue radici e continua a
evolversi. Basta cercarla nei posti giusti.
By Polly Dance
- See more at: http://dancehallnews.it/notizia/434/#sthash.wbIM0ocL.dpuf
Buongiorno
amici di Hip-Hop Circle, oggi incontro per voi Marcello Tornabruni, mio
grande maestro e amico, il quale ci condurrà, insieme con lui, nel
mondo vario e ricco che noi, danzatori hip hop, tanto amiamo.
Come ti sei avvicinato al mondo dell’hip-hop?
È
nato tutto fra i banchi di scuola. Con i compagni di classe ci
divertivamo a riproporre in maniera del tutto priva di tecnica, i passi
dei video che allora andavano in onda sulla vecchia Videomusic. Michael
Jackson spopolava con il moon walk e noi tentavamo di imitarlo. Si
trattava di musica pop, non hip hop. Ma nacque il mio interesse nei
confronti della danza. A Vigevano, la mia città, cominciai a seguire un
ragazzo che ballava la street dance. Ricordo che ci si trovava nei
garage a ballare. L’unico luogo destinato a questo stile era il
“Muretto” a Milano. Ho viva l’immagine di quelle prime serate in cui si
creava un cerchio al centro della sala in cui era davvero difficile
entrare. Bisognava avere gli amici giusti. E piano piano li ebbi
anch’io. Tra i tanti Meme e Paolino.
Come si viveva l’hip-hop a Milano?
Dal
mio punto di vista, Milano era il luogo di ritrovo ideale. Esistevano
locali prettamente “neri”, frequentati da persone di colore, dove
iniziava a diffondersi la cultura Hip Hop e dove, in maniera embrionale,
si ponevano le basi per lo sviluppo di questo mondo che tanta fortuna
avrebbe avuto successivamente. Ricordo in particolare il “Bataclan” che
poi, ahimè, fu chiuso.
.
Come ti sei avvicinato all’insegnamento?
Non ho iniziato a insegnare danza ma la batteria. Da
ragazzo cominciai a studiare al CPM di Milano, e contemporaneamente
entrai in alcune band come musicista. In un secondo momento, forte
dell’esperienza accumulata grazie allo studio e al lavoro, iniziai a
insegnare. Apprendendo così tutte le tecniche e i segreti che mi
sarebbero serviti, poi, per l’insegnamento dell’hip hop. Intanto la mia
passione per la danza cresceva sempre di più e, pur non essendoci allora
corsi adeguati allo studio e all’apprendimento delle varie tecniche,
non mollai. E cominciai a insegnare breaking. Il mio primo stile
appreso.
Sull’insegnamento attuale in Italia cosa ne pensi?
In
linea generale il livello è migliorato grazie anche ai mezzi di
comunicazione che quando ho iniziato io non esistevano. Da un altro
punto di vista però, noto troppa attenzione al business e poca verso gli
allievi. Parecchi insegnanti tendono a farsi vedere non curandosi dei
ragazzi come dovrebbero. Personalmente parto sempre dal presupposto che
chi viene alle mie lezioni ha pagato il corso, magari facendo dei
sacrifici. A loro deve andare tutta la mia attenzione.
Che rapporti hai con i tuoi allievi?
Con
loro ho un rapporto di amicizia e rispetto reciproco. Ai miei tempi
c’era molto distacco e a volte soggezione. E a me, personalmente, non
piaceva. Crescendo professionalmente ho capito quanto sia importante per
un insegnante creare un legame con i propri allievi. Mi rendo conto che
in alcuni casi si possa correre il rischio di dare troppa confidenza
agli allievi che, per la loro giovane età e inesperienza, a volte
finiscono per prendere le lezioni e lo studio con leggerezza. Ma ho
fiducia nella maturità di chi segue i miei corsi.
Si nasce con la predisposizione per ballare hip-hop o breakdance? O dopo tanto lavoro si può arrivare a un buon livello?
Sono
vere entrambe le cose. La predisposizione fisica, la musicalità, una
cultura in tal senso sono ottimi presupposti da cui partire. Ma ho visto
persone senza alcuna attitudine che grazie all’impegno e al lavoro
hanno ottenuto grandissimi risultati.
Che cosa pensi riguardo al lavoro coreografico e freestyle di hip-hop?
Su
quest’argomento c’è sempre stata confusione, ma adesso, grazie ai media
e agli OG’S della streetdance si è fatta maggiore chiarezza.
Inizialmente si pensava alla coreografia come alla base della danza di
strada ma in seguito si è capito che la chiave di tutto risiede nel
freestyle hip-hop, cioè l’interpretazione della musica tramite movimenti
hip-hop e ciò che riesci a esprimere con gli stessi.
Cosa pensi quando fai freestyle?
Dipende
dal risultato che intendo raggiungere. A volte penso al respiro, il cui
ritmo cambia in base al tipo di giornata che vivo. In generale però,
ciò che funziona di più, è porre attenzione alla musica, al suo incedere
e a ciò che essa suggerisce. Con il vero Freestyle ti lasci
completamente andare, e se hai una buona base tecnica, i passi verrano
naturali e spontanei.
Ci parli del rapporto tra New style e Old School?
Se
proprio dovessi definirmi, mi sento più vicino alla Old School. Ma
credo che certe differenziazioni in realtà siano solo un modo per dare
un'etichetta; tra cento anni l’attuale new school diventerà old e così
via nel corso del tempo.
Parlerei
piuttosto di generi differenti che possono, in alcuni casi, essere
mixati tra di loro mantenendo comunque la propria identità. Per esempio
negli anni 70 alcuni ballerini di Tip Tap ballavano in strada ma non per
questo facevano hip hop. Purtroppo spesso si assiste a stravolgimenti
di genere, mascherati da tentativo di evoluzione.
Secondo te cosa dovrebbe avere un ballerino per distinguersi dagli altri?
La
personalità in assoluto. Tutti possono eseguire dei passi ma è il modo
in cui ciascuno sente la musica e la fa propria a fare la differenza. È
bello quando vedi eseguire dei passi che sono standard ma che assumono
connotazioni differenti perché il danzatore ha regalato agli stessi
movimenti significati diversi.
Hai un sogno nel cassetto?
Quando
ero molto giovane il mio desiderio più grande era quello di avere una
mia scuola. Non tanto per motivi di business quanto per insegnare a
ragazzi desiderosi di imparare. Oggi il mio sogno non è cambiato. Vorrei
creare una struttura che accogliesse al suo interno non solo la danza
hip hop ma tutte le arti a essa legate. Un luogo di studio ma anche un
posto in cui conoscersi, mettersi alla prova e crescere. Ovviamente per
un progetto così ambizioso ci vorrebbero tantissimi soldi.
Descrivi l’Hip-Hop con una sola parola?
Molti
rispondono “vita”, altri “l’hip-hop sono io”, altri “danza da strada”.
Io mi attengo alla definizione ufficiale. L’Hip Hop è un “MOVIMENTO
CULTURALE”, un insieme di arti il cui scopo è di unire le persone e
favorire l’espressione della strada.
Che cosa apprezzi di più del movimento hip-hop?
L’odore
della strada, intesa come freschezza e naturalezza, spontaneità e
originalità. Noi siamo il frutto di ciò che abbiamo vissuto.
Personalmente mi ritengo fortunato, con una famiglia che mi supporta
nelle mie scelte; non posso paragonarmi agli hood boyz, o a un freshcat,
ai ragazzi nati nel Bronx che hanno naturalmente respirato le jam e i
party, in altre parole forgiati dall’essenza stessa dell’hip hop,
ragazzi che hanno dato vita a qualcosa di unico al mondo. Tuttavia,
anche da noi la danza hip hop ha posto le sue radici e continua a
evolversi. Basta cercarla nei posti giusti.
By Polly Dance
- See more at: http://dancehallnews.it/notizia/434/#sthash.wbIM0ocL.dpuf
Commenti
Posta un commento